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Leggendo un giornale, ho trovato un articolo di Umberto Eco sulla pena di morte e vorrei proporlo per tre buoni motivi.
In questo periodo è un tema più che ricorrente.
L’autore è uno dei più grandi scrittori e opinionisti del nostro tempo.
Mi sembra una critica abbastanza forte per poter dare il via ad un dibattito che potrebbe essere affrontato, ad esempio, in una delle assemblee che ci rimangono da qui alla fine dell’anno.
Mi sono sentito in dovere di inserire nel giornalino le parti più significative di ciò che è stato scritto.
“Sono contro la pena di morte sin dalla nascita. È che è umiliante che si debba ancora andare a dire in giro che la pena di morte è una barbarie, e che si debba attendere, per fare scandalo, l’impiccagione di qualcuno che l’anima candida proprio non aveva, mentre si continua a mandare a morte gente negli Stati Uniti. E consiglio di leggere l’ultimo libro di John Grisham, “Innocente”, per trovare la storia vera e documentata di gente mandata nel braccio della morte (senza aver fatto nulla) da procuratori paranoici e giurie della Bible Belt (salvo che almeno negli Usa l’opinione pubblica riesce a far riaprire alcuni processi e a salvare dei poveretti dall’iniezione letale, mentre in Cina forse ancora no). Ma non è finita con Saddam: intorno al delitto di Erba circolano voci, mormorii, ottativi appena soffocati, vorrei ma non posso, insomma una gran voglia di pena di morte. Non simpatizzo per la pena di morte, ma non è che io non sia crudele, anzi lo sono forse troppo.
Perché si può essere crudeli quanto si vuole ma si deve essere contro la pena di morte? Ricorderete le varie analisi che i sociologi avevano fatto al tempo del terrorismo nostrano. Il terrorista non ammazzava Aldo Moro perché lo odiava, ma perché intendeva inviare un messaggio a fini di destabilizzazione. La vittima non era mirata. Hanno preso Moro perché probabilmente risultava più comodo, ma avrebbero potuto prendere Andreotti e la cosa avrebbe funzionato lo stesso. E lo stesso hanno fatto i terroristi dell’11 Settembre a New York. Non gli importava chi moriva (e in fondo avrebbero scambiato le due torri con l’Empire State Building, ma era più comodo raggiungere dal mare le due torri senza sbagliare colpo): era importante mostrare che gli Stati Uniti erano vulnerabili. Ora, uccidere un uomo solo per mandare un messaggio, vuole dire usare la creatura umana come mezzo e non come fine. E non so se tutti hanno presente, ma questo contrasta non solo con ogni etica religiosa ma anche e soprattutto con l’etica laica. Un bel libro di saggi di Moravia era intitolato “l’uomo come fine”. Uccidere qualcuno perché lo odi, perché ti ha rubato al moglie o il marito, perché ti disprezza, perché ti disturba di notte, è ancora una forma di omicidio vorrei dire “onesto” (onore ai coniugi Erba) perchè ammazzi quella persona proprio perché è quella. Ma uccidere un uomo per mandare un messaggio (usare una creatura umana, scegliendola quasi a caso, come telegramma) è Male. Cosa fa la pena di morte? Mica lo Stato vuole uccidere qualcuno perché gli è antipatico. Mica lo uccide perché non commetta più crimini (basterebbe rinchiuderlo e buttare la chiave). Lo uccide per educare gli altri, perché si impari che a uccidere si muore: e quindi lo uccide usandolo come messaggio, ovvero come mezzo invece che come fine. Per questo la pena di morte è un delitto!”
G.G.
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